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Il Romanico in Brianza

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Il Romanico in Brianza
Basilica di Agliate
Complesso di Galliano
San Pietro al Monte
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• Lo stile “romanico” in architettura concerne un corollario di regole formali applicate all'arte figurativa in età precedente all'avvento del gotico. Il termine “romanico” si connette al significato del vocabolo “romanzo” o “romancio” (come in “letteratura romanza”) e si applica ai paesi di origine neolatina o “romanza”. La definizione concerne soprattutto edifici di culto, tra gli unici a essersi conservati nel corso dei secoli. L'architettura romanica è profondamente legata all'espansione del culto cristiano.


Secondo lo storico Don Rinaldo Beretta, autore di un puntiglioso saggio sulla Basilica di Agliate, la diffusione del Cristianesimo, avviata dopo il celebre editto di Costantino (anno 313), ebbe un più rapido successo nelle città. Gli abitanti delle campagne, da sempre riluttanti ad accogliere tutto ciò che si discosta dalla tradizione, dimostrarono diffidenza nei confronti del nuovo culto.

A San Pietro al Monte, la chimera che fugge dalla chiesa
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Nelle aree rurali della Lombardia il Cristianesimo cominciò veramente a espandersi solo alla fine del IV secolo, durante l'apostolato di Ambrogio (Treviri, incerto 339-340 – Milano, 397), vescovo di Milano.

Le prime tracce cristiane della Brianza datano dopo la seconda metà del 400, sotto forma di alcune iscrizioni reperite presso le sedi delle prime chiese battesimali di Galliano e Garlate.

Successivamente, tutta la linea pedemontana assunse il ruolo di confine dell'impero e numerosi furono gli esempi di edifici che, oltre all'accoglienza di monaci e di cittadini laici, dovettero assolvere, se necessario, la funzione di vere e proprie fortezze, come dimostra l'abbazia di San Pietro al Monte.

Le basiliche romaniche condividono alcune caratteristiche comuni: tetto a padiglioni, a quattro spioventi; aula prevalentemente a tre navate, divise da archi appoggiati su colonne, con absidi; presbiterio inscritto in un grande arco, elevato sopra una cripta in cui vengono custodite le reliquie del santo; finestratura prevalentemente ma non esclusivamente nella navata centrale; copertura a capriate.


È probabile che date le dimensioni insignificanti del borgo di Agliate, non tali da giustificare la costruzione di un'importante luogo di culto, la località fosse già in precedenza sede di un santuario dedicato a una non meglio precisata divinità pagana (alcuni dicono al dio Nettuno) ed è probabilmente in virtù di questa caratteristica che si abbia deciso di stabilirvi la sede della nuova pieve cristiana. Gran parte del materiale di costruzione proverrebbe da questo precedente edificio.


Un'ipotesi non confermata attribuisce a San Dazio (arcivescovo di Milano dal 528 al 552), il quale si suppone fosse proprio nato ad Agliate, l'edificazione della basilica dei Santi Pietro e Paolo. La stessa ipotesi prosegue ad elucubrare che Ansperto di Biassono, arcivescovo di Milano dal 868 all'881, l'abbia fatta restaurare sul modello della basilica milanese di Sant'Ambrogio.

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Un'altra ipotesi non confermata, vuole la basilica edificata direttamente da Ansperto, durante il suo pontificato (869-881).

Studi più recenti, alquanto controversi, la vorrebbero invece edificata nel XI secolo, al pari della basilica di San Vincenzo in Prato a Milano.

Per Edoardo Arslan, storico dell'Arte, «Le due chiese di Agliate e di S. Vincenzo rappresenterebbero due distinti momenti di uno stesso secolo: la prima attua con mezzi meno raffinati una struttura arcaica nelle proporzioni, ma aggiornata ai tempi in molti particolari costruttivi; la seconda appare più progredita nel modulo generale, e continua a ripetere nelle grandi finestre paleocristiane della navata centrale, un ritmo più antico. E forse non si tratta qui tra le nostre chiese che furono erette nella diocesi milanese nell'XI secolo, che di due tra le tante svarianti di un linguaggio del quale ora riesce impossibile misurare l'intera portata; riflettente certo, in quel secolo, un ecclettismo che dovette precedere la comparsa del potente e coerente gusto dell'architettura romanica milanese. Tanto sembra difficile oggi, dati gli incostanti caratteri stilistici e tecnici, quanto è invece facile ravvisare i caratteri del maturo romanico » (E. ARSLAN : L’Architettura dal 568 al Mille in Storia di Milano. V., Milano, 1954).

Ecco come, in un luogo di nessun interesse abitativo o commerciale, chiamato originariamente “el borg de och”, il borgo delle oche, per intenderci, situato vicino al fiume, discosto persino dal minuscolo agglomerato di Agliate, la cui unica rilevanza poteva essere rappresentata dalla presenza di un ponte che univa le due sponde del Lambro, sia sorta, in un epoca che oscilla tra il IX e l'XI secolo, quella che attualmente viene ritenuta la più antica basilica romanica ancora in piedi.

L'interno ha subito alcuni volonterosi quanto nefasti interventi di restauro. Fortunatamente, alla fine del XVIX secolo, l'allora Prevosto Cav. Pompeo Corbella, assistito dall’architetto Luca Beltrami, vi posero rimedio, ristabilendo la situazione preesistente. L'aula è caratterizzata da tre navate divise da archi di estensioni modeste, poggianti su colonne. Le colonne hanno diverse dimensioni, alcune portano antiche iscrizioni. I capitelli sono uno diverso dall'altro, alcuni similmente contengono iscrizioni, a confermare il fatto di essere state recuperate in altri siti da ruderi di edifici andati in rovina. Il capitello della penultima colonna è decorato con delfini e tridenti, ed è stato probabilmente traslato dal citato tempio a Nettuno.

Le arcate piccole danno spazio alla superficie pittorica: di grandi dimensioni tra le finestre della navata centrale, di dimensioni minori al livello sottostante. Purtroppo sono praticamente indecifrabili e sono anche difficili da rilevare: sulla parete sinistra, a livello delle due ultime colonne, si intravede un corpo nudo, disteso e una figura aureolata che protende una mano; a sinistra della monofora, il corpo nudo sulla destra, confrontato da una figura aureolata, forse la stessa; sullo sfondo, la sagoma di una basilica, forse bizantina. Sottostante a quest'ultima scena, forse un'Annunciazione .

All'apice dell'arco trionfale, è ancora ben visibile un Cristo “tetramorfo”, circondato cioè dai simboli dei quattro evangelisti. Ben visibile alla base destra dell'arco, una Madonna del latte, forse dello stesso pittore che ha eseguito la pietà presente nel battistero, a giudicare dagli arabeschi visibili nelle figure intorno a quest'ultima icona.

La cripta è caratterizzata da basse colonne, sormontate da capitelli corinzi, che sostengono le volte a crociera. L'ambiente è illuminato da tre monofore ricavate alla base della cripta e semi-interrate e dalle due bifore che collegano l'ambiente con la basilica. L'altare in muratura ripete il motivo a spina di pesce della facciata ed è situato tra due colonne, vicino alla monofora centrale

Il battistero a pianta ottagonale con una cripta ricavata sul lato orientale (quasi un doppio lato), ha un fonte battesimale a immersione, anch'esso ottagonale. È illuminato da una finestra centinata su ogni lato e da quattro monofore nell'abside. L'iconografia presente nel battistero si presenta in miglior stato di conservazione, rispetto alla basilica. Mette in evidenza una pietà, forse del 1200, un vescovo aureolato (sant'Ambrogio), una Madonna con bambino e un “orante” che è l'unica rappresentazione di orante fuori dalle catacombe.


A Galliano, risalendo la collina da Occidente, ovvero da Via San Vincenzo, circonfusa della luce mattutina, la basilica di San Vincenzo – che pure oggi è circondata da più recenti costruzioni costituenti il nucleo del moderno quartiere canturino – si impone in un'aura enigmatica e suggestiva.


La costruzione della basilica vide due distinti momenti: un primo edificio sacro ad aula unica eretto sulle rovine di un antico tempio pagano tra il V e il VI secolo, con a fianco un fonte battesimale. Originale di quest'epoca è ancora oggi il pavimento del presbiterio che sovrasta la cripta, composto di piastrelle geometriche di marmo bianco e nero, recuperate dalla prima costruzione.

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Questo fabbricato fu rimpiazzato nel X secolo da una costruzione a tre navate, più consona al rango di “capo-pieve” attribuitagli da Ariberto da Intimiano. Successivamente divenuto arcivescovo di Milano, il prelato è da ritenersi ispiratore dell'aggiunta dell'abside e della cripta in conseguenza della nuova consacrazione dell'edificio, che avvenne il 2 luglio 1007, come risulta da una lapide dedicatoria.

È uno tra gli edifici più imponenti nell'ambito dell'architettura romanica in Lombardia. Posto in posizione dominante in una zona di colline moreniche, a Galliano, nell'abitato di Cantù, la basilica di San Vincenzo si presenta inespugnabile come la fede che intendeva rappresentare.

La facciata a spioventi risulta sbilanciata verso Nord, a causa di una navata andata distrutta. Tuttavia, l'assenza della navata passa a prima vista inosservata, compensata com'è dalla presenza dei volumi dell'adiacente battistero di San Giovanni Battista, che fa anche da torre campanaria. Sopra il portale, nella facciata si apre un piccolo foro circolare, sovrastato da un secondo foro a forma di croce. Sulla sinistra della navata centrale, spicca una finestra centinata, forse aperta successivamente. In corrispondenza della navata laterale sono visibili i resti murati di un secondo portale.

Il lato Nord è caratterizzato dalla presenza nella parte superiore di quattro finestre centinate che si alternano ad altrettante finestre cieche, divise da sette rombi. La parte inferiore si distingue per la presenza di una piccola monofora che si apre sull'unica navata laterale. L'abside è decorata con nove archi ciechi appoggiati sulle lesene che scendono fino a terra. All'interno di tre di essi si aprono le finestre che danno luce al presbiterio.

L'interno è molto luminoso, grazie indubbiamente alla parete Sud, interamente finestrata tra gli archi, nonché alla serie di monofore aperte ai due lati della navata centrale e nell'abside. Ancora oggi, infatti, la navata centrale è chiusa tra gli archi a destra da un'inferriata e da una vetrata che, ovviando alla navata distrutta, conferiscono un senso di modernità all'edificio millenario.

La navata centrale è delimitata da archi di altezza moderata che poggiano su pilastri. Le ridotte dimensioni degli archi conferiscono maggiore superficie a disposizione delle pitture e, infatti, il ciclo di affreschi che vi si trova è considerato per vastità tra i più rari e i più consistenti dell'epoca ottoniana in Lombardia.

Il presbiterio, diviso in due amboni dalla scala a otto gradini, colpisce per l'elevazione e per la sua asimmetria. Sulla sinistra un arco di maggiori dimensioni invita alla discesa nella cripta. Sul parapetto, posto su di un pilastrino posticcio, si può ammirare il leggio marmoreo con scolpita l’effigie dell’aquila, simbolo dell’evangelista San Giovanni. A destra, le dimensioni minori del secondo arco, sensibilmente arretrato rispetto al primo, sono compensate dal parapetto affrescato che delimita il pulpito.

Il nucleo pittorico di maggior impatto si trova nell'abside, ad opera di un ignoto maestro del secolo XI. L'immagine del Cristo benedicente, racchiuso in una mandorla, è circondata dalla narrazione del martirio di San Vincenzo di Saragozza, a cui la basilica è dedicata. Sopra l’ingresso destro della cripta si trova un parapetto in muratura decorato da un grande affresco che ritrae la Madonna con Gesù bambino tra i Santi.

Durante il XV secolo la basilica perse lo status di capo-pieve e venne progressivamente abbandonata. Iniziò una fase di decadenza. A causa di un incendio la navata meridionale andò distrutta e forse in quell'occasione si perse anche la torre campanaria. Il degrado la vide trasformarsi in magazzino, e, successivamente, in casa colonica fino all’acquisto da parte di privati e alla sconsacrazione del 1801. Va segnalato che la devozione popolare per la Madonna del Latte affrescata nella cripta all’inizio del XIV secolo e meta d'ininterrotto pellegrinaggio di puerpere e gestanti, preservò la sacralità del luogo anche nei tempi del lungo abbandono.

Per tutto il XIX secolo la basilica passò dalle mani di numerose famiglie nobili fino a diventare, nel 1906, proprietà di Giuseppe Foppa Pedretti, ultimo proprietario privato dell'edificio. Nel 1910 iniziarono i primi lavori di restauro che culminarono, nel 1986, con la riapertura al culto.

All'interno del battistero di San Giovanni, adiacente alla basilica di San Vincenzo, sono ancora visibili le decorazioni murali della cupola con stelle a otto punte come quelle della cripta e alcuni resti di affreschi al piano superiore, in particolare nella nicchia sopra l'ingresso. All’interno del Battistero si trova un “sacrarium” ricavato da un unico masso di granito, che rappresenta uno dei più antichi esempi di fonte battesimale a immersione.


La più antica testimonianza dell'origine dell'abbazia di San Pietro al Monte si deve al cappellano di Giovanni Visconti, signore di Milano. Il racconto del domenicano Galvano Fiamma (1283– Milano 1344), probabilmente trascritto da un più antico documento, pecca forse di eccessiva poesia. Racconta di come Desiderio, re dei Longobardi, fosse giunto a Civate (l'antica Clavis romana) e vi si si fosse insediato per una breve vacanza.


 

Durante il soggiorno, il figlio Adelchi uscì per una battuta di caccia sul monte Cornizzolo, imbattendosi finalmente in un pugnace cinghiale. Dopo un serrato inseguimento in salita, l'animale uscì allo scoperto in una radura e si rifugiò nel piccolo oratorio edificato da un eremita di nome Duro, andando ad accucciarsi ai piedi dell'altare e ponendosi così, a detta del cappellano, sotto la protezione di San Pietro.

L'abbazia vista dal sentiero che porta a San Tommaso
Il portale di accesso al perimetro dell'abbazia L'abbazia vista dal Rifugio Marisa Consiglieri al Monte Cornizzolo
La chimera scacciata dalle preghiere dei fedeli
L'ampia scalinata che porta all'ingresso dell'abbazia
Il portale d'ingresso con l'affresco del Cristo “Traditio legis et clavis” Il grifone che fugge dalla chiesa
Visione meridionale, con l'abside occidentale da una parte e, affacciato a Sud, l'ampio atrio sporgente e, in fondo, l'Oratorio di San Benedetto
L'affresco con la scena dell'Apocalisse
Il ciborio sopra l'altare San Pietro con le chiavi
Panorama mozzafiato Il prato antistanti l'atrio e la lunga scalinata
Oratorio di San Benedetto

Il giovane, nell'impeto dell'inseguimento, fece irruzione nell'edificio ma, come in preda a un sortilegio, ebbe quello che oggi si definirebbe “un abbassamento di pressione” e sprofondò in una temporanea cecità. Suggestionato dagli esiti del leggero collasso, dalle esortazioni concitate del vecchio eremita e dalle orazioni al cielo di quanti accorsi al suo seguito, il giovane promise, se avesse riacquistato la vista, di innalzare in quel luogo un tempio molto più imponente, ricco di decorazioni e di reliquie del Santo.

Può darsi anche che lo stesso imperatore, consigliato dal precettore della figlia Adelperga, Paolo Diacono, per la preoccupazione dello stato di Adelchi, abbia espresso in voto la promessa di edificare l'abbazia. Una lapide sotto il pronao di San Pietro al Monte lo cita. Del resto, la sua opera, Carmen Larii, suggerisce che l'erudito monaco longobardo possa essere passato da qui.

Non si sa se sia andata veramente in questo modo, tuttavia, arrivando nella radura sopra Civate, al termine di un'erta mulattiera che per circa 500 metri s'inerpica nella Valle dell'Oro, a quota 630m, giunti al cospetto dell'Abbazia di San Pietro, la cui fondazione la leggenda di cui sopra pone nell'VIII secolo d.C., non si può fare a meno di rimanere stupefatti per la grandiosità dell'edificio in rapporto all'isolamento e alla selvaticità dell'ambiente.

Fonti solo un poco più certe tramandano che a occuparsi della ricostruzione di San Pietro siano stati due abati di origine franca, pervenuti a Civate al seguito dell'imperatore Lotario. Leodegario ed Ildemaro avrebbero agito in tal senso in un'epoca di poco successiva all'840 d.C..

Fatto sta che al termine della poco agevole ascesa, passati oltre il modesto portale che interrompe il muretto di delimitazione dell'area, non è difficile immaginare il luogo circondato da cavalcature e da cavalieri longobardi e franchi raccolti in meditazione durante una pausa della caccia.

L'abbazia occupa quasi interamente il prato in discreta pendenza, in uno sviluppo da Ovest a Est. La parete che delimita a meridione l'unica navata è interrotto da sette piccole finestre centinate e da un portale laterale, mentre l'abside occidentale si protende verso il monte. Un ampio atrio tondeggiante, illuminato da bifore, circonda l'abside orientale da cui è ricavato il pronao nel quale si apre il portale d'ingresso. Quest'atrio si affaccia sulla valle e sui laghi sottostanti al termine di una scalinata che può essere percorsa a cavallo, nello stile cavalleresco, permettendo ai cavalieri di assistere alla messa attraverso le quattro piccole aperture che dal deambulatorio comunicano con la navata, senza abbandonare le cavalcature, alla moda dei cavalieri templari (vedi anche El Convento de Cristo a Tomar) e che all'occorrenza può trasformarsi in uno spalto da cui difendersi contro gli assalitori.

La superfice sovrastante il portale d'ingresso è caratterizzata da un affresco raffigurante il Cristo nell'atto di consegnare a San Pietro le chiavi e a San Paolo le leggi (Traditio legis et clavis).

Sopra il nartece è raffigurata una scena dell'Apocalisse in cui San Michele e gli angeli trafiggono il dragone. Nel breve corridoio, tra le colonne tortili che sorreggono il nartece, figure a stucco del Grifone e della Chimera, simboli del male, sono colti mentre fuggono dalla chiesa.

San Pietro vescovo è rappresentato con le chiavi sulla parete destra dell'unica navata.

Il presbiterio è delimitato da due scalini che fanno ala all'altare sormontato dal ciborio composto da quattro colonne con capitelli sormontate da altorilievi in stucco.

Tre ulteriori scalini, alle spalle dell'altare, portano all'abside occidentale.

Il triabsidato Oratorio di San Benedetto, la cui edificazione risale intorno al XII secolo – già tempi di aspra contesa tra Guelfi e Ghibellini – si erge compatto al termine dell'ampia scalinata.

Dall'altro lato, la parete settentrionale è caratterizzata dall'aperture di due sole finestre, di un piccolo portale atto a consentire probabilmente l'accesso in chiesa ai monaci durante i riti mattutini e di una tettoia atta ad ospitare attrezzi, vettovaglie o armenti. L'edificio monacale, oggi disabitato, è sicuramente di costruzione più recente, essendo il convento originale andato distrutto, vittima degli abusi della Storia.

Il panorama che si gode da qui è mozzafiato. Anche oggi che la megalopoli estende i suoi tentacoli nelle le valli tra Milano, Como, Lecco e Bergamo, all'imbrunire di una giornata tersa, la visione di migliaia di piccoli lumi che insieme a una luna saracena competono con la luminosità del tramonto, può lasciare indifferenti solo gli spiriti più abietti.

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