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«Non v'è vincitore se non Dio»

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«Non v'è vincitore se non Dio»
Palacios Nazaríes
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I saraceni frequentarono al-Andalus – o come loro chiamavano la penisola iberica, bilād al-landahlautsiyya, ovvero paese dei feudi Goti – già dai tempi del rapimento di Galla Placidia (392-450). Solo tra il VII e l'VIII secolo, però, cominciarono le incursioni militari e le razzie. Nel 710 il comandante saraceno Tariq ibn Ziyad da Tangeri attraversò lo stretto, portando i primi contingenti di 12.000 uomini all'ombra della rocca che da allora ha preso il suo nome: Jabal Ţāriq, ovvero, Monte di Ţāriq o Gibilterra (foto di Cristina Risciglione, testo di Renato Corpaci).


I Mori, grazie anche all'appoggio della popolazione ebraica che era stata tormentata dai Goti, dilagarono inizialmente nel Sud finendo entro il 716 con lo sconfiggere i Visigoti e con l'occupare quasi interamente la Penisola.

Photo © 2015 Renato Corpaci - Tutti i diritti riservati
Photo © 2015 Renato Corpaci - Tutti i diritti riservati Photo © 2015 Cristina Risciglione - Tutti i diritti riservati
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È un fatto che la popolazone sefardita abbia goduto di una notevole prosperità durante tutta la dominazione araba della Penisola Iberica, brutalmete terminata quando Isabella la Cattolica, nel 1480 introdusse l'Inquisizione, indirizzata contro i “moriscos” e contro i “marrani”, rispettivamente musulmani ed ebrei artatamente convertiti al cattolicesimo.

Il califfato andaluso che s'insediò a Cordoba nei primi anni del X secolo non riuscì mai a stabilire una pace duratura, dovendosi misurare continuamente con la frammentazione tribale tipica della cultura musulmana, quindi con antagonisti indifferentemente cristiani, magrebini e persino vichinghi. Tuttavia si considera che l'apogeo della sua potenza sia stato raggiunto nella seconda metà del secolo.

Con il crollo del califfato, Granada, che contava una consistente e ricca comunità ebraica, raggiunse una dorata autonomia, la perdette ad opera dei berberi e la riguadagnò nel 1238 con la dinastia nasride fino al 1492.

Il capostipite della dinastia, Muḥammad ibn Naṣr (1194-1273), strinse un patto di vassallaggio con Ferdinando III di Castiglia, il che, nonostante la Reconquista, garantì per il sultanato di Granada un lungo periodo la sopravvivenza.

Durante il suo regno, il sultano edificò l'Alcazaba, la fortezza designata alla difesa di Granada, il primo nucleo di quello che sarebbe stato un complesso di edifici e di giardini di 100.000 m² di superficie, denominato Alhambra (da al-Ḥamrā, la Rossa) dal colore del materiale usato per la costruzione.

Si dice che fosse schernendosi in seguito alla conquista di Siviglia, portata a termine con il suo alleato cristiano contro i suoi stessi correligionari, che Muḥammad ibn Naṣr abbia pronunciato la frase «Non v'è vincitore se non Dio», frase che si ritrova come un mantra sui muri di tutta la cittadella, estrema espressione di cinismo politico e, allo stesso tempo, di “realpolitik” ante litteram.

Maometto III (1302-1309) eresse il Palazzo del Generalife (dall'arabo: Jannat al-'Arif - Giardino dell'Architetto) e Abu I-Walid Isma'il (1313-1324) lo trasformò in residenza estiva e ridecorò i giardini che sono tutt'ora sontuosi e rigeneranti.

Abbiamo visitata l'Alhambra durante una giornata di tempo variabile. Fortunatamente, nonostante i frequenti scrosci, gran parte della visita si svolge al coperto. Peraltro, il cielo tempestoso ha aggiunto drammaticità alle nostre foto, allietate verso la fine da un tramonto rasserenato.



 

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